Mood Campari
Misura opera: 250X150X20 CM
Il teatro dell’apparenza (Omaggio a Depero) di Robert Phillips
Quando un artista come Stefano Bressani si pone di fronte a un’opera iconica e ne affronta la lettura si dovrebbe decidere di rinunciare a quel paradigma che lega l’opera d’arte a un dato estetico racchiuso in un momento storico. Si deve rinunciare alla tentazione di incorniciare quell’attimo del divenire, bloccato da un’immagine, che nel flusso incessante della visione, di per se stessa sarebbe effimera. L’opera di Bressani vuole qui rappresentare, in una forma di teatro dell’apparire, un ideale estetico, rappresentato da un’opera iconica della della grafica e dell’illustrazione dello scorso secolo. Il famoso Omino Campari.
È un dato di fatto che un qualsiasi prodotto, che si ponga in modo non funzionale se non la contemplazione e il piacere, possa apparire come opera d’arte. Intorno ad esso si può sempre costruire un concetto che ne avvalori il significato. È, appunto, intorno a questo concetto ideale che si forma il seme che darà il fiore dell’opera di Bressani, pensare il soggetto come parte di una teatralità, di una messa in scena. Per far funzionare questo gioco teatrale è pero necessario penetrare a fondo l’atto creativo che sta alla base dell’opera rappresentata ed è appunto questo che Stefano intuisce e, soprattutto, sa costruire con il suo personalissimo stile. La sua opera vuole cosi dare una voce ai volumi, mi si passi l’apparente incongruenza, il suo Omino non è più soltanto rappresentazione ma diviene oggetto da indossare, teatro di un’idea, appunto. Nel suo modo giocoso, e in questo Bressani è un vero maestro, mette in scena dando complessità a un ideale di perfetto equilibrio, che in ognuno di noi subisce varianti diverse, a seconda della cultura, dell’attenzione, dell’età, e perfino dello stato d’animo.
Un’opera indossabile costruita intorno a se stesso quasi a volersi appropriare nutrendosene del concetto di fondo. Risposta definitiva a impulsi diversi, “moderni”, che però hanno contagiato prima, convertito poi, e consacrato infine, la supremazia dell’anima sulla mente conscia, la vittoria dell’estro sul calcolo che pulsa nei pochi privilegiati che lo sanno riconoscere, e hanno il coraggio, o l’opportunità, di seguirlo.
Alla fine, l’unica risposta soddisfacente è pensare che per Stefano Bressani fare arte sia un bisogno imprescindibile, una vocazione, una motivazione così profonda da obbligare un essere umano a trascurare qualunque altra cosa, per obbedire al richiamo di questa forza occulta, che invadeva la sua mente fin dal primo risveglio, lo trascinava di forza in un abbaino o in un interrato, tuffandolo in un universo tutto suo, inutile quanto appagante, per dare consistenza a un sogno, colore a un estro, forma a una necessità solo sua. Fare arte, la sua, come un modo, l’unico, per palesare all’esterno la propria anima, per dare voce e consistenza ad una pulsione irrinunciabile.
Lettera a Giovanni Gastel di Stefano Bressani
Questa la dedico a te Gio’, perché è così che tutti ti chiamavano, gli amici più stretti ma anche tutti quelli che attraevi con la tua disarmante ed empatica semplicità.
Baci ed abbracci erano il tuo primo biglietto da visita, ricordo di te la tua essenza che si imponeva timida e solenne allo stesso tempo.
Era facile giocare con te alla vita e molti ne rimanevano ammirati dalle tue parole, appassionate e cariche di esperienza.
Fu facile quel giorno entrare nel tuo Studio perché la voglia di conoscerti era tanta, tanta al punto tale da superare quel muro di riverenza e sentirsi davanti a te l’amico di sempre, ed anche se quella volta sapevo che non era realmente così mi sentivo a casa e stavo bene, vicino a te molti stavano bene.
Scambiammo una mia Scultura, che poi prese posto nella immensa libreria di immagini tra quelle mensole di legno e chissà ora dove sarà… con il tuo scatto, primo tra molti… ne sono poi susseguiti quasi settanta per il mio progetto al quale aderisti divertito e ammirato, per l’intento e la genuinità di quel gesto.
Forse, in quella malinconia velata che leggevo tra le righe delle tue poesie avevo aperto una porta piccola piccola sull’anima di te e non del personaggio. In fondo anche io sono un “compagnone di sorrisi” fatto di tenerezze ed abbracci, con tutti, da sempre, e forse ci trovammo proprio lì a metà strada, provenienti da due percorsi diversi che mai avrei pensato potessero addirittura proporsi per pensare a qualcosa insieme…
Sì, perché insieme, a volte, si uniscono le idee, si immaginano cose e si condividono visioni.
Dopo quello scatto, che gelosamente conservo come un feticcio di cui andarne orgoglioso, ebbi la follia di chiederti quello per chi tutti oggi sono presenti ad ammirare.
Ricordi? Era una tarda sera e il mio messaggio diceva così:
«Giò ti andrebbe di sostenermi in una follia?»
…e ti inviai la foto del pupazzo di Depero che beve il Campari Soda, questa insomma, e non aggiunsi altro… o poco più. Ti dissi anche che per una volta non volevo essere io a vestire le opere ma che mi sarebbe piaciuto che le Opere vestissero l’Artista, e mi sarebbe piaciuto vestissero me, per la prima volta come l’uomo cartellone nell’America del primo ‘900.
Lo so, lì per lì era difficile comprendere quali fossero le mie intenzioni, ma secondo me lo avevi intuito che non sarebbe stato una banalità.
La prima volta prendesti in mano la mia Testa, quella dello scambio, come se fosse un bimbo, con dolcezza e curiosità, la cullasti e con gli occhi pieni di luce dicesti, accarezzandone le trame con il rumore ruvido della stoffa sotto le tue mani: «è bellissima..»
Oggi non serve raccontare tutto perché da quel tutto si è aggiunto il troppo, da quel giorno rileggo quel messaggio e credo che la missione di chi è artista sia il dovere alla vita, ed in tutto questo lavoro che ti dedico – quello in cui ho sperato, quello in cui ho creduto, quello in cui ho gioito e quello in cui ho anche fallito rialzandomi – perché la forza di fare risulta essere in fondo il documento più importante dell’amicizia, verso sé stessi e verso gli altri.
Avevamo riso su come avrei fatto ad indossare tutta questa pesante armatura, avevo paura di non riuscire ma allo stesso modo avevo desiderio di vincere la sfida. Poi le scarpe e il dover inventare il modo per risolvere tutti i problemi che magicamente si sono sistemati con passione e dedizione, pazienza e capacità…
Beh, oggi avrei voluto indossarle per te, per ridere e scherzare di quello che nel tuo scatto, che sarebbe diventato la seconda parte del dittico, avrebbero rappresentato uno dei problemi più grandi: tenere insieme un Frankestein di stoffa. Ma ci saremmo arrivati insieme…
Oggi davanti a tutte queste persone ed a tutte quelle che si troveranno di fronte a queste stoffe lascio il sorriso di immaginarti qui, a condividere con noi questi momenti, che da tristi mi hanno lasciato il bello della tua essenza straordinaria.
Per questo, ancora una volta, come ritengo giusto nel mio mondo, brindo a te Amico mio, con il rosso di quel Campari Soda che mai abbiamo avuto il piacere di bere insieme per coronare questo progetto.
Il rosso della passione che da subito abbiamo condiviso tra le parole e gli sguardi di chi sogna ed ha la volontà di raggiungere le proprie stelle. Per questo ho scritto a te.
Quelle scarpe pensate e create per diventare altro, a sostenere la scultura, sono perse nel mio magazzino e l’immagine di me che avresti dovuto fotografare viva rimane una sagoma nel ricordo della mia presenza…
Dopo tanto tempo di lavoro, abbandonato per la tua scomparsa, ritrovo la forza di finire questo immenso lavoro, difficile tanto da essere una nuova sfida da vincere, per te, per noi…
…e così oggi quell’Opera museale rimane a me senza alcuna diversa soluzione e per la vita mi accompagnerà nel ricordarmi l’importanza degli abbracci, quelli che senza alcuna parsimonia eri abituato a dispensare tu a tutti.
Il tuo Ste
Come ti saresti firmato tu.
6 Settembre 2021










